![]() |
||||
| Monday 06 September 2010 | ||||
Iscriviti alla newsletter per ricevere
nella tua e-mail le nostre notizie.
|
Notizie 16/06/2010 Lavoro Giovani e (non) lavoro: compaiono i “neet”. Dopo esserci affannati a dichiarare che la crisi non ha colpito l’Italia, ci ritroviamo a fare i conti con la disoccupazione -soprattutto giovanile - e la manovra anti crisi. Il tasso di occupazione italiano è tra i più bassi in Europa: già nel 2007, con il 58,7%, risultava inferiore di 8 punti percentuali rispetto alla media UE a 15 paesi. Se il divario si attenua per la componente maschile (70,7% per l’Italia contro il 74,2% per l’UE a 15 paesi), per quella femminile la distanza supera i 13 punti percentuali. Il Mezzogiorno con un tasso di occupazione totale pari al 46,5% e con quello femminile al 31,1% si colloca in una posizione di netto svantaggio rispetto al resto del Paese e all’Europa in generale. Secondo il Rapporto Istat sull’occupazione, oggi sono due milioni e duecentomila gli italiani che cercano un impiego di cui più della metà ha meno di 34 anni. Insomma sembra che siano tempi difficili per i giovani e per i laureati di certo non va meglio: oltre duecentomila laureati sono, infatti, inoccupati. Anche i 700 mila diplomati italiani devono affrontare lo stesso scenario: negli ultimi mesi, il 21,2% delle imprese ha ricevuto più di cento candidature per ogni nuova posizione che si è aperta e ad alcune imprese è capitato di riceverne più di mille per un solo posto. I giovani che entrano nel mercato del lavoro italiano - e soprattutto neolaureati alle prese con il primo impiego - sono particolarmente esposti al fenomeno della flessibilità del lavoro. Questa flessibilità del lavoro può riferirsi al mutamento dell’attività occupazionale o del datore di lavoro, ma può essere intesa anche come flessibilità in termini di orario, sede, mansione. La flessibilità diventa precarietà quando il lavoratore subisce involontariamente quei fattori d’instabilità come la mancanza di continuità nell’erogazione del lavoro o di un reddito adeguato con il quale pianificare la propria vita presente e futura. A causa della crescente precarietà del lavoro e della disoccupazione in aumento molti giovani sono costretti a vivere a casa con i genitori: non hanno la possibilità di pagare un affitto o un mutuo. Nonostante le aspirazioni, i 30-34enni che rimangono in famiglia sono quasi triplicati dal 1983. Inoltre, più di due milioni di ragazzi tra i 15 e i 29 anni non fanno nulla, loro malgrado, e sono stati ribattezzati come “Neet” (Non in education, employment or training). Per i fortunati giovani laureati che non entrano nella categoria “Neet”, le aspettative per un lavoro stabile non sono comunque rassicuranti. I dati dell’ultimo rapporto di Almalaurea sulla Condizione occupazionale dei laureati parlano chiaro: la stabilità del lavoro a dodici mesi dal conseguimento della laurea - la quale non è mai stata particolarmente rilevante - è in continuo calo. Ancora secondo i dati dell’indagine di Almalaurea, nei primi due mesi di quest’anno c’è stato un calo del 31% nelle richieste di laureati di tutte le facoltà, anche quelle ritenute “forti” come Economia o Ingegneria. Questo dato può stupirci visto che in Italia ci sono pochi laureati rispetto agli altri paesi europei, probabilmente anche perché il nostro Paese spende quote di PIL per la ricerca e l’istruzione molto inferiori ai principali competitors a livello mondiale. Fra i 27 paesi dell’Unione Europea, la documentazione ufficiale più recente ci dice che il finanziamento pubblico in istruzione superiore italiano è maggiore solo a quello della Bulgaria. Il quadro non migliora nel settore strategico della Ricerca e Sviluppo al quale l’Italia ha destinato l’1,2% del PIL nel 2007, risultando così ultimo fra i paesi più sviluppati. Il vero paradosso italiano è che il nostro Paese necessita nuove generazioni con una maggiore scolarizzazione, eppure le nostre imprese, come dimostrano le ricerche di Excelsior Unioncamere, assumono al 90% solo diplomati e personale con licenza media o elementare. La domanda è: conviene investire nella cultura, nella formazione e nella scolarizzazione dei propri figli? Analizzando i dati, la risposta sembra essere negativa e le ultime riforme nel campo della scuola e i tagli per la ricerca e l’università confermano questa risposta. Speriamo che la nostra classe dirigente capisca presto che l’Italia ha bisogno di un futuro e che questo futuro si deve costruire investendo sui giovani e sulla loro formazione. Sono la ricerca e l’istruzione ci rendono competitivi nel mondo. Sono i giovani che presto dovranno guidare il nostro Paese. |
01/09/2010 QUI OBAMA Il ritiro dall'Iraq e le promesse elettorali mantenute Internet Il bavaglio telematico |
||
| Direttore Responsabile: Mario Camilli | ||||