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La tentazione dell'Opinione Pubblica   Monday 06 September 2010
 
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04/06/2010

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Il pasticcio di Gaza e il dilemma di Obama: Israle o Turchia?

Fatte le dovute proporzioni, quanto accaduto allora potrebbe verificarsi anche con il successore democratico di Bill Clinton, Barack Obama e le sue aperture al mondo islamico. L’attacco delle forze israeliane alla flotta della libertà che tentava di portare aiuti umanitari a Gaza, sottoposta ad un blocco vecchio di quattro anni, complica i tentativi di Obama di inaugurare un nuovo corso con il mondo arabo.

Lo scontro del 31 maggio ha costretto la Casa Bianca a destreggiarsi tra i suoi due più importanti alleati mediorientali: la Turchia e Israele. La prima, già membro della Nato, è stata duramente colpita dall’attacco poiché la maggior parte delle vittime sono turche e la loro morte ha ulteriormente aggravato le già tese relazioni turco-israeliane. Il secondo Israele, malgrado i profondi contrasti tra Obama e il primo ministro Netanyauh riguardo i nuovi insediamenti a Gerusalemme Est, resta un partner di primo piano per Washington e, in un anno elettorale, mantenere buoni rapporti bilaterali, tenuto conto dei votanti ebraico-americani, appare essenziale per permettere al partito del presidente di mantenere il controllo del Congresso.

Tuttavia, se Obama continua a non prendere le distanze in modo deciso da quanto accaduto al largo di Gaza rischia di alienarsi l’alleato turco. Quest’ultimo, nelle intenzioni del presidente, avrebbe dovuto rivestire il ruolo di vero e proprio ponte dell’occidente verso il mondo islamico. Ne fu testimonianza il fatto che ad aprile 2009, il primo discorso all’estero, rivolto al mondo musulmano, Obama lo pronunciò proprio ad Ankara.

Non solo, il possibile deterioramento delle relazioni turco-americane potrebbe mettere a repentaglio la possibilità di far passare alle Nazioni Unite una nuova sessione di sanzioni contro l’Iran e la possibilità che questo possa dotarsi di armi nucleari. Uno sviluppo che forse non dispiacerebbe a quelle fazioni dell’amministrazione più possibiliste verso l’Iran e meno legate a logiche intransigenti proprie di settori del governo vicini al segretario di Stato Hillary Clinton.

L’unica strada che la Casa Bianca potrebbe seguire per mitigare le conseguenze sul dialogo con il mondo arabo del recente incidente potrebbe essere convincere Israele a porre fine al blocco del territorio palestinese di Gaza. La chiusura di tutti gli accessi alla striscia costiera avrebbe dovuto, nelle intenzioni di Tel Aviv, favorire una rivolta della popolazione contro la dirigenza di Hamas che, nel 2007, ha preso il controllo della zona, sottraendola all’amministrazione di Al Fatah e Mahmoud Abbas.

Ciò non è accaduto e anzi, il peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi di Gaza ha aggravato le tensioni tra Israele e il mondo arabo e di conseguenza degli Usa con il mondo arabo. Lo stesso Obama, nell’altro storico discorso all’Islam, quello del Cairo del giugno 2009, aveva fatto esplicito riferimento alle compromesse condizioni di vita dei palestinesi di Gaza.

Potrebbe essere utile anche tentare di riavviare il dialogo tra Siria e Israele, cominciato sotto il predecessore di Netanyauh, Ehud Olmert riguardo la restituzione di Tel Aviv a Damasco delle alture del Golan, inglobate dopo la guerra del 1967. Protagonista di tale dialogo era stata proprio la Turchia che aveva svolto un ruolo essenziale di mediazione tra Israele e Siria.

Riuscire a convincere Israele ad allentare la morsa contro la striscia di Gaza e contribuire a riallacciare un dialogo mai tutto interrotto tra israeliani e siriani, potrebbe contribuire a far salire le azioni di Obama verso le popolazioni arabe e potrebbe rimettere in carreggiata il tanto sospirato nuovo dialogo americano verso l’Islam, evitando il ripetersi di quanto accadde nel 1999 tra Clinton e l’Iran.

Pier Francesco Galgani

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