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28/02/2010

esteri

L'avanzata di primavera ed il nemico invisibile
Arriva la primavera, la stagione più adatta per condurre qualsiasi genere di operazione offensiva. E l’Afghanistan non fa eccezione. In questa occasione, però, a prendere l'iniziativa, sono le forze Nato, assieme a quelle governative. Alle operazioni partecipano almeno mille agenti di polizia, alcune migliaia di soldati dell’esercito afghano e altrettanti militari dell’Isaf.
L’area interessata è una zona centrale della regione del fiume Helmand, il cuore dell’Afghanistan talebano e della coltivazione dell’oppio. Non è un caso se, dalla scorsa estate,  questi luoghi sono bersaglio di una massiccia serie di attacchi ad opera  delle forze occidentali.

A dicembre, con lo scopo di imporsi definitivamente sugli insorti, l’operazione “Furia del Cobra” ha cacciato le forze talebane dalla città di Now Zad. Questi ultimi non hanno avuto scelta, se non quella di ripiegare sulla cittadina di Marja, che -da allora- è sotto il loro controlllo esclusivo.
‹‹Era solo questione di tempo››, come ha dichiarato il comandate della brigata di marines schierata nello Helmand, il Generale Larry Nichols, prima che la zona in questione diventasse obiettivo primario per la coalizione Isaf. Così, si è giunti alla resa dei conti.

Una partita delicata, che nessuna delle squadre in campo può permettersi di perdere. I talebani non possono arretrare: perdere terreno, vorrebbe dire rinunciare al controllo di una regione fondamentale. Per converso, sia la Nato sia il governo afgano, dopo aver pubblicamente annunciato l'offensiva, non possono non essere determinati nel portare a termine la missione: la perdita di credibilità che ne deriverebbe sarebbe un colpo mortale per l'Isaf.
Entrambi gli schieramenti si preparano ad uno scontro sanguinoso. In mezzo ci sono i civili, che hanno l’unica colpa di abitare nell’area.

Dimostrare la determinazione che spinge Kabul e la Nato ad intraprendere l'offensiva è uno dei motivi che hanno spinto i vertici dell'Isaf a rendere pubblica l'offensiva. Ma alla base della decisione ci sarebbe anche l'intento - per quanto irrilevante- di avvertire i civili: il lancio di volantini per avvertire la popolazione di Marja è iniziato alcune settimane prima dell'attacco. La mossa ricorda l'infelice campagna di Falluja, quella del 2004.
La trovata dei volantini è stata d'obbligo, dopo che il generale Stan McChrystal, comandante delle forze Isaf, ha imperniato la sua strategia sulla conquista della fiducia della popolazione civile. Per quanto il mito della guerra zero morti (si dice così?) sia già un mito abbondantemente sfatato, è indispensabile che la Nato faccia di tutto per proteggere i civili e riduca al minimo le vittime.

Ma a rendere fragile questa strategia è la (fin troppo) prevedibile contromossa dei talebani, che cominceranno a confondersi -per quanto possibile- alla popolazione civile. Proprio per limitare il ricorso all’appoggio aereo e dell’artiglieria della Nato. Ma l'intento degli insorti è anche un altro: il loro obiettivo è quello di pubblicizzare il numero e le relative immagini dei civili morti.
Se è vero che i talebani, almeno in alcuni casi, dovranno ricorrere a difese fisse (è questo che desidera la Nato, proprio per la facilità con cui verrebbero spazzate via), la gran parte della battaglia di Marja sarà molto simile all'inferno che nel 2004 si scatenò a Falluja: in quella Battaglia, i combattimenti avvennero casa per casa. E fu una carneficina.

Il fine strategico di questa offensiva è quello di eliminare gli “irriducibili”, i veri jihadisti fra i talebani e offrire agli altri una riconciliazione, un lavoro e uno spazio politico. E se non ci saranno troppi morti civili, sarà l’unica exit strategy immaginabile.
Così, a suon di dollari, l’obiettivo è quello di riassorbire gli ex-combattenti nel tessuto sociale afgano. Il modello Iraq vuole essere esportato anche a Kabul: si pensa al reintegro dei soldati semplici. Si tratterebbe anzitutto di offrire una somma di denaro agli ex-combattenti, in relazione alla posizione in precedenza. Un pre-pensionamento destinato a tutti coloro che non hanno alte responsabilità di comando, è stato già sperimentato in passato in Afghanistan. Ma senza molta convinzione né risorse. Non sorprende quindi che sia fallito.

Ma affinché tutto ciò possa andare in porto, è necessario, prima, che talebani e qaedisti vengano sconfitti là dove sono più radicati (sperando che i pachistani facciano altrettanto oltre confine). Dopo,  Isaf e il governo di Kabul devono, senza esitare, tendere la mano a chi volesse scegliere il dialogo.

Jacopo Arpetti

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