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08/02/2010

QUI OBAMA

Europa e Stati Uniti. Una alleanza difficile

Dal 1991 era l’occasione in cui i più vecchi alleati della scena internazionale si incontravano per verificare lo stato delle relazioni intergovernative. Non quest’anno.

La Casa Bianca si è affrettata a precisare che, per impegni di altro tipo, il presidente Obama non aveva in programma di partecipare e quindi, tecnicamente, non si può parlare di cancellazione di un incontro che non sarebbe avvenuto comunque.

Tuttavia, il disagio europeo è apparso palpabile. Il primo ministro spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero è stato raggiunto dalla notizia mentre si preparava a volare a Washington per un bilaterale con Obama in cui avrebbe affrontato anche la preparazione del vertice, e non ha nascosto il suo imbarazzo e la sua contrarietà.

Un portavoce statunitense ha tentato di arginare le inevitabili critiche europee sostenendo che anche se il presidente non aveva previsto di partecipare al summit, è sua intenzione privilegiare una forte partnership con l’Unione su vari temi, dall’Afghanistan al cambiamento climatico.

Il mancato vertice rappresenta solo l’ultima tappa di un progressiva perdita di peso dell’Europa nel complesso delle strategie di politica estera dell’amministrazione Obama.

Una prima avvisaglia di un sostanziale downgrading del Vecchio Continente nelle priorità americane si ebbe sin dalle prime settimane di mandato di Obama. Il primo lungo viaggio compiuto dal neo segretario di Stato Hillary Clinton non ha avuto come destinazione l’Europa, come avveniva in passato, ma l’Asia, con il suo insieme di nazioni emergenti, a stretto contatto con il gigante cinese.

Se poi al successivo vertice bilaterale Usa-Ue di Praga, Obama lanciò il grand design di un mondo senza armi nucleari, per ciò che riguarda le relazioni con gli europei, l’incontro fu tutt’altro che produttivo.

Le ritrosie europee a incrementare l’impegno in Afghanistan, ma anche i profondi contrasti con la Francia di Nicholas Sarkozy e la Germania di Angela Merkel, riguardo le ricette per uscire dalla crisi economica trasformarono il summit in un flop. Secondo membri dell’amministrazione, Obama sarebbe partito da Praga con la convinzione di perdere solo tempo con l’Europa.

I contrasti tra le due sponde dell’Atlantico non sono una novità. Basti pensare all’annosa questione del “burden sharing”, la volontà di Washington di una maggiore condivisione delle responsabilità tra Usa e Europa nel contrasto tra Est e Ovest, durante la Guerra Fredda, o le critiche di Donald Rumsfeld a quei paesi europei che non avevano accettato la decisione americana di invadere l’Iraq.

Se quindi una certa frizione reciproca non è mai mancata, quello che è cambiato profondamente con l’amministrazione Obama è il contesto internazionale e l’emergere di nuovi attori e problemi globali il cui peso specifico appare maggiore di quello dell’Europa.

Gli Usa di Obama, rispetto a quelli di Bush, sono consapevoli di non avere la forza di agire da soli sulla scena internazionale. La crisi economica, le guerre in Iraq e Afghanistan, la crescente dipendenza dalla Cina e dalla sua volontà di finanziare il debito statunitense, ma anche la competizione con soggetti nuovi come il Brasile sono sfide sfibranti.

Per affrontarle in modo adeguato la Casa Bianca ha scelto di mettere in secondo piano le relazioni con l’Europa, un insieme di nazioni spesso poco propense a venire incontro alle sempre più frequenti richieste di aiuto americane.

Pier Francesco Galgani

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