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19/01/2010

esteri

La sfida di Google a Pechino
Google si ribella al colosso cinese e, chiedendo il sostegno dell’amministrazione Obama, trascina gli Usa in un faccia a faccia con Pechino.
L’episodio potrebbe portare ad una parziale rottura, al punto da condizionare i rapporti all’interno del G2.

Dopo la scelta di Google di non filtrare più le ricerche che gli 80 milioni di utenti di cinesi effettuano ogni settimana attraverso il motore di ricerca californiano, la tensione fra i due giganti, Usa e Cina, ha cominciato a crescere. Tutto d’un tratto,infatti, i contenuti inerenti il Dalai Lama, o le foto del massacro di piazza Tien an Men, sono divenuti accessibili anche all’ombra della Grande Muraglia.

Il gesto di disobbedienza alle leggi locali è avvenuto dopo che una raffica di cyber-attachi ha tentato di scalfire il sistema che protegge le caselle di posta elettronica; caselle che alcuni dissedenti cinesi avevano aperto - non a caso - presso alcuni server situati nella Silicon valley.
Infatti, per la loro corrispondenza virtuale, gli oppositori del regime hanno scelto Gmail (è questo il nome degli account forniti da Google ai propri utenti): proprio perché certi di ricevere una maggiore protezione, consapevoli che, pur di dimostrare la propria affidabilità e l’invulnerabilità dei propri server, il colosso americano avrebbe utilizzato qualsiasi mezzo. Anche se si fosse arrivati ad una collisione col regime.

Google ha rischiato, e seriamente, di veder vacillare la propria credibilità. I clienti statunitensi della società di Montain view hanno assistito increduli all’impotenza del gruppo americano - nonostante gli investimenti milionari effettuati - nei confronti delle sistematiche intrusioni da parte degli “hacker governativi” di Pechino.

Le aggressioni che la Cina ha condotto ai danni dei server nella Silicon valley hanno travolto altre 34 società, 34 tra i maggiori clienti dell’azienda californiana. L’affronto non poteva essere ignorato: Google è tecnologia, ma anche solidità; credibilità.
Il cuore dell’azienda californiana, patrimonio che verrà salvaguardato a tutti i costi, è difatti costituito dalla sicurezza garantita dal prodotto offerto, l’invulnerabilità del sistema marchiato Google.
Così, conti alla mano, i dirigenti del colosso a stelle e strisce, lanciando una sfida al governo cinese, hanno deciso di compiere un azzardo e di giocarsi tutto. Pur di difendere il marchio, hanno rischiato che venisse sbarrato loro l’accesso al 34% del mercato più grande del mondo.

Il gesto ha comunque rappresentato una manna per il concorrente Baidu, che, oltre ad osservare le direttive del regime, domina la restante fetta di mercato, ben il 77%. L’azienda filogovernativa ha visto le sue azioni impennarsi ala borsa di New York (più 7%, con un più 12% a inizio giornata), a fronte di un calo di Google dell' 1,3%.

Quella del colosso di Montain View sarebbe una mera scelta di mercato, motivata dal fatto che la piazza cinese rappresenta solo il 5% degli introiti di Google: ad analisti e accademici non sfugge però che, per un' azienda che punta sulla protezione delle email, non è il massimo vedersi violare il proprio fortino.
Così, ecco spiegate le mosse dei vertici dell’società californiana: alle strette, meglio prendere posizione a difesa dei diritti umani, e ottenere molta, moltissima pubblicità.

Quella del gesto coraggioso, capace di scatenare un dibattito sui dilemmi etici del business a Pechino e di complicare i delicati rapporti tra l' America obamiana e la Cina, non è la sola chiave di lettura. Il manager Tang Jun, un guru del web in Cina, ipotizza che la presa di posizione del quartier generale Usa possa essere motivata dalla delusione nei confronti del ramo cinese.

Jacopo Arpetti

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