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| Monday 06 September 2010 | ||||
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Notizie 19/01/2010 QUI OBAMA Obama, la tragedia di Haiti e il Sudamerica Una enorme portaerei si è precipitata nei Caraibi e le autorità americane hanno messo in piedi in brevissimo tempo un immenso ponte aereo. Oltre 10.000 soldati sono sbarcati ad Haiti e hanno preso il controllo dell’ordine pubblico. La reattività americana ha messo in luce due elementi. Da una parte l’evanescenza del governo centrale che, pur colpito dal sisma, non è stato capace di fare nulla. Dall’altra la stessa mancanza di iniziativa delle Nazioni Unite. Presso l’isola, dopo i disordini seguiti alla deposizione dell’ex presidente Aristide nel 1994, il palazzo di vetro ha inviato una missione di caschi blu che, al momento del sisma, si è dimostrata del tutto inutile, così come del resto le Nazioni Unite che, sotto la gestione poco più che notarile del segretario Ban Khi Moon, non sono andate oltre un generico appello di aiuto agli Usa. La debolezza del governo haitiano, la cui incapacità a controllare il territorio lo accomuna a stati come Afghanistan o Somalia, unita alla sostanziale inettitudine dell’Onu ha fatto risaltare la risposta americana. Pur se non sono mancati inconvenienti, gli Usa hanno messo in campo una macchina di soccorsi invidiabile e Obama ha espresso tutta la sua empatia per le popolazioni terremotate, impegnandosi ad un aiuto non limitato a poche settimane, ma ad anni, nella forma di un vero e proprio nation building. Le ragioni di ciò sono molteplici. In primo luogo, vista l’alta concentrazione di figli di ex schiavi provenienti dall’Africa tra la popolazione di Haiti, era inevitabile che il primo presidente afro-americano fosse in prima linea nell’aiutarli dopo il terremoto, soprattutto dopo quanto accaduto a New Orleans con Katrina, dove l’amministrazione Bush è stata accusata di non aver fatto abbastanza per le vittime nere. Altro motivo che sottende la notevole mobilitazione per Haiti è la prospettiva più generale dei rapporti tra Washington e l’America Latina nel suo complesso. Dopo un inizio promettente al vertice sudamericano di Trinidad e Tobago, dove Obama aveva mostrato comprensione e ascolto per le ragioni e le necessità latinoamericane, posizione lontana anni luce dall’arroganza e dalle prevaricazioni del predecessore, continuato con la nomina del primo giudice di origine sudamericana alla Corte Suprema e con le critiche alla deposizione illegale del presidente dell’Honduras Zelaya, l’amministrazione sembrava aver smarrito l’iniziale attenzione per i vicini latinoamericani. La travagliata gestazione della nuova politica verso l’Afghanistan e la volontà di Obama di avviare un rapporto a tutto campo con la Cina aveva indirizzato l’attenzione dell’amministrazione verso altri scacchieri. Tuttavia, l’attivismo cinese in Sudamerica, unito al tentativo dell’Iran di Amadinejad di rompere il suo isolamento internazionale approfondendo legami con nazioni come Venezuela, ma anche Brasile, aveva indotto la Casa Bianca a rafforzare la propria presenza nel territorio sudamericano, concludendo un accordo con la Colombia che prevedeva l’installazione di numerose nuove basi militari. Tale mossa, criticata da Hugo Chavez, ma anche da Lula da Silva, come sintomo di ritorno al passato, associata alla tardiva conferma congressuale del responsabile del dipartimento di Stato per gli affari sudamericani Arturo Valenzuela, entrato in carica solo a fine novembre, ha danneggiato la credibilità e l’intenzione di Obama di mutare atteggiamento verso il subcontinente. Anche la Casa Bianca democratica è sembrata privilegiare altre zone del mondo a scapito delle istanze latinoamericane, prese in considerazione solo se funzionali a evitare la penetrazione di un attore esterno come Cina o Iran. Di conseguenza, Obama ha voluto intervenire con energia ad Haiti non solo per innegabili esigenze umanitarie, ma anche per rinnovare l’iniziale entusiasmo e apprezzamento delle popolazioni sudamericane verso la sua amministrazione. Come ha scritto su Newsweek, il volto degli Usa che intende mostrare non è quello di una nazione che prevarica i vicini, ma quello di una potenza che usa la forza per garantire cibo e acqua alle popolazioni di Berlino assediate o per permettere ai popoli di Bosnia e Kosovo di ricostruire le loro nazioni e le loro vite. Pier Francesco Galgani |
01/09/2010 QUI OBAMA Il ritiro dall'Iraq e le promesse elettorali mantenute Internet Il bavaglio telematico |
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